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2 set 2007

Ancora al Sud: il giovin Saviano e gli altri.

Dalla Sicilia alla città di Basile, Della Porta e Matilde Serao. Sotto l’egida bonaria di Raffaele la Capria e di Enzo Golino (ma esiterà poi, l’egida?), come vanno le cose? Se penso all’abisso che separa l’intransigenza offensiva del “provinciale cuneese” Giorgio Bocca (Napoli siamo Noi, Mondadori, 2006) mi rendo conto che “l’armonia” è davvero “perduta”, per parafrasare un libro di La Capria uscito nello stesso anno. Eppure, tra le grandi città, Napoli è oggi quella in cui il panorama letterario pare più fiorente. O quello che oggi ha maggior portata di “capitale simbolico”. Troppo facile dire che l’esordio di Saviano (che come numeri supera di gran lunga i numeri dell’esordio di Brizzi) “tira su” tutta quanta un’area geografica, e che sposta le attenzioni, gli equilibrii, i temi: Gomorra arriva su un terreno editoriale e contenutistico molto preparato: quello dei “disertori” pubblicati nell’omonima antologia del 2000 nella collana Stile Libero per la cura di Giovanna De Angelis. Che comprende Antonio Pascale (1966) Giosuè Calaciura (1960), Antonio Franchini (1958) Maurizio Braucci (1966), Diego de Silva (1964), Davide Moranti (1965). Lasciamo perdere i forse troppo sponsorizzati Erri de Luca, o Marosia Castaldi e ricordiamo invece i policentrici irregolari e colti, come Gabriele Frasca (1957) o più “miltanti”come il citato Braucci ed il fulmineo e vulcanico Lello Voce (1957), animatore indiscusso di un movimento di “democratizzazione poetica” non da poco quale lo "Slam Poetry". Tra i narratori di territorio segnaliamo almeno Peppe Lanzetta (1954) e Giuseppe Montesano (1959). Tra i giovani Piero Sorrentino (1978) e “the big one” ovvero: il giovane autore di Gomorra, che da qualche tempo anche firma regolarmente pezzi e reportage per l’«Espresso».
Nel numero del 23 agosto parla della sua ossessione per la “questione meridionale” e cita Salvemini, Giustino Fortunato e Ernesto Rossi. Pensatori che del sud avevano capito tutto. Tra i politici cita Berinotti come unico politico recatosi a Casal del Principe e ricorda con rispetto l’Msi legalitario di Almirante. Come a dire: salviamo il radicalismo della base, la spinta che muove a compiere l’atto, accettando le gioie (il successo) e i dolori (la scorta, e la paura) che ne conseguono. Per quanto mi riguarda ammiro Saviano e credo che lui sia il primo scrittore post-coloniale italiano. Non è una boutade: chi legga l’articolo del colloquio con Gianluca di Feo può sentirlo, anche nel suo modo di riproporre la questione, importantissima.
La gloria, per gli antichi, per Esiodo, era una dea. Ma già in Virgilio, sotto il nome della fama, cominciava a prendere aspetti paurosi. Un orrido mostro che possiede tanti vigili occhi, tante lingue e orecchie quante piume ha sul corpo. Saviano suppongo potrebbe affrontare e meditare ogni giorno la questione. Il suo “differente posizionamento” non è da cercarsi nei riferimenti a Pamuk, Rushdie, ma nel fatto quasi unico nella letteratura scritta in Italia negli ultimi anni, non solo di un intellettuale “protetto”, in pericolo per quello che ha detto, ma anche di uno scrittore liberato della scrittura. E anche per questo Saviano lo definisco post-coloniale. Mutatis mutandis tale liberazione era toccata anche a Gavino Ledda, che quando andavo a scuola si faceva leggere alle medie o al primi anni delle scuole superiori; lo stesso sta succedendo a Saviano, già "adottato" in molte scuole. Saviano dice che non è la scrittura che libera lo scrittore. No. È il lettore che rende libero lo scrittore. Il lettori liberano, distruggono la censura, l’omertà. Chissà se anche lui dopo il successo ed un possibile film cercherà l’intransigenza incomunicativa e bucata di un Aurum Tellus? Non credo, in ogni caso, si vedrà. La storia rilassa e Pirandello aveva parlato più di una volta del «piacere della storia». «Nulla di più riposante della storia, signori» aveva esclamato un suo personaggio. «Tutto nella vita si cangia continuamente sotto gli occhi. Nulla v’è di certo. Mentre nella storia tutto è determinato, tutto è stabilito.» E ogni effetto segue obbediente alla sua causa con perfetta logica, e ogni avvenimento si svolge preciso e coerente in ogni particolare, col signor duca di Nevers, che il giorno tale, anno tale ecc. ecc. Rilassa meno, la storia, se qualcuno ha l’ansia di fartici passare.

3 ago 2007

Il brutto potere, il comune danno, l'impero.

In uno dei primi post scrissi di Ratzinger e della sua critica al principio speranza di Broch. Qualche giorno dopo apprendo del "motu proprio" del Papa ed attendo un profluvio di reazioni. Ma inizialmente leggo solo della messa in latino cui plaude Ceronetti dalle colonne de "La Stampa", a fronte però del latino stento e pieno di "bruttezze" utilizzato nel documento vaticano evidenziato ironicamente da Carlo Ossola sulle pagine del "domenicale" del "Sole 24 Ore". Ma la questione del latino è minore. Ratzinger con questo suo documento in sostanza chiude con la lunatic fringe di chi voleva una lettura eterodossa di alcuni passi del Gaudium et spes, là dove si parla dell'unicità e universalità della Chiesa Ratzinger riprende alcune idee già avanzate nell'agosto 2000 in una "dichiarazione circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa". Dopo il '68 un punto di apertura verteva proprio sull'idea di unicità e universalità. Detto in parle povere: Gesù è venuto per salvare tutti, quindi la chiesa è una perchè si deve identificare con l'intera umanità. L'unicità e l'universalità della chiesa dopo il Concilio vennero interpretati come principi di non esclusione degli altri. Non ci sono i "sommersi e i salvati". Siamo salvi tutti. Ratzinger invece corregge significativamente il tiro bruciando trent'anni di progresso, per cui quelli di "Rocca" e tanta altra sinistra cattolica da Gozzini in avanti dovrebbe mettersi le mani tra i capelli. La Chiesa è unica perchè c'è nè una, ci ricorda Benedetto, e quell'una è la sola chiesa cattolica romana, con buona pace dei fratelli orientali. E poi, è universale non perchè riguarda tutti, ma perchè il suo magistero deve estendersi e valere su tutti: tutti sono chiamati ad uniformarsi ad essa ed è legittimo che il suo potere si estende all'universo-mondo. Mi si perdoni la volgarità dell'esposizione non degna del pronipote del teologo traduttore del Nuovo Catechismo Olandese, ma sono sicuro che lo zio non me ne vorrà se cerco di essere chiaro a rischio di apparire irriverente. Sì perchè la situazione è seria. La restaurazione e la chiusura alzano la voce: basta con la poltiglia postmoderna dove va bene tutto: "La chiesa è questo e non addolciamo la pillola. Prendere o lasciare". Se la strategia di Giovanni Paolo fu portare la Chiesa al mondo , aprendosi alle istanze della modernità (della comunicazione se non altro) e affrontando qualche rischio eterodosso, la strategia dell'intelligentissimo Benetto è opposta, ed oggi vincente. Si tratta di portare il mondo alla Chiesa. Non è un gioco di parole capzioso. Benedetto ha capito una cosa fondamentale, una punto che lo accomuna e lo mette in perfetta sintonia con molti giovani della mia generazione, che dall'ormai postumo post-moderno hanno appreso prima una lezione del relativismo, e poi da questo relativismo hanno tratto una forza, relativa ma indiscutibile. Quella di una verità del "particulare" di guicciardiniana memoria. In un mondo dove manca il fondamento assoluto della verità, è paradossalmente lecito tifare per una verità assoluta e per una fede assoluta anche se infondata. Infondo si muore spesso in nome di una fede, e spesso questa fede è per un gagliardetto, una divista, la maglia in una società calcistica quotata in borsa. Questa fede anche se irrazionale è reale e fattuale. Muove milioni. Non serve la verità per l'entusiasmo. Non serve la verità per attaccare. Non serve alcuna verità per fondare il potere che domina o alimenta le nostre vite. Questo è un primo punto preoccupante. La seconda preoccupazione mi viene dalla politica e dal conflitto con il potere giudiziario, e non mi rifersico al problema delle intercettazioni per la scalata ad Antonveneta ma ad una una risoluzione approvata all'unanimità dal Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura il 4 luglio 2007 e non troppo pubblicizzata in proporzione all'importanza della notizia che praticamente ci informava di un pericolo reale per la democrazia: di un conflitto di potere di proporzioni immani. La risoluzione riguarda i servizi segreti e dice che è stato il Sismi in sè stesso e non i “settori deviati” del servizio a svolgere l'attività di spionaggio nei confronti di magistrati. Dell’archivio segreto di Pio Pompa in via Nazionale a Roma è emerso che il servizio segreto ha svolto un’attività “estranea” ai suoi compiti con lo scopo “intimidire” e far “perdere credibilità” ai magistrati. Perchè metto vicini questi due elementi? Perchè se il reciproco controllo che è base dello stato costituzionale di diritto mostra le sue debolezze in una dinamica di delegittimazione o conflitto, ancora una volta ad uscirne vincitore è il carismatico appeal di una posizione che eticamente afferma di conoscere il bene, e di fronte a tanto disordine, pacata, ci propone le sue soluzioni assolute. Nette, semplici, apparentemente non del tutto ingiuste. Per questo tabto ripenso a Giacomo Leopardi e quei magnifici e terribiuli versi di A se stesso dove cita il "brutto / poter che a comun danno impera"... dove la potenza immobile dell'enjambenment perfettamente bilanciato tra rejet e contra-rejet pare interrogare insensibile, me ed il lettore futuro, come una sfinge.

24 lug 2007

Mappa e graffito: Nove, Sanguineti, Erba, il sociale e il non.

Una volta a Pozzolo Formigaro ho visto sulla sarracinesca di un Garage la scritta: "è tutto loro quello che luccica". Risi perchè agli anonimi restano le idee che non stanno sulla mappa. Ma non fraintendiamo, vero è come ci ricorda Alfred Korzybski che "la mappa non è il territorio che essa rappresenta" (Science and sanity, 1933) ma se è esatta, la mappa ha una struttura simile a quella del territorio, che ne spiega l'utilità". Ma alla mappa manca la profondità e la profondità come corpo e dimensione di qualcosa in qualcos'altro, in letteratura è tutto. Preferisco pensare allora che la mappa è, secondo l'antica etimologia fenicia ripresa da Quintilliano, la tovaglia da pranzo. Viviamo in un tempo in cui tutto s'apparecchia e non si mangia mai. E tuttavia in questo forzato digiuno ogni briciola sazia come le dolci barette che mangia chi va verso il polo, e resta sazio per quattro o cinque giorni. Cerco di immaginare Aldo Nove, ad otto anni di fronte a Guido Ballo che declama l'inconprensibile a Viggù. E lì, di fronte il nascere di mille altri ripenso che ho visto molto in ritardo a diciotto anni il mio primo poeta in carne ed ossa in una grande sala di Torino. Sotto un lampadario scintillante a dodici braccia lui diceva alle vecchiette azzimate di scrivere per la lotta di classe e il proletariato. A me che gli unici poeti che avevo letto erano Yates, Esenin, Eliot, Seferis e Beckett mi pareva di essere subito convinto che quella era la strada di oggi, ma lì mi ci aveva portato un amico coetaneo molto più addentro alle cose di poesia mentre io sentii solo Sanguineti un po'alticcio di due o tre negroni ed ero già disposto ad applaudire incondizionato. Invece uscimmo prima e fuori con l'amico portammo via un cartone pubblicitario di quelli che stanno a terra vicino alle edicole. Sopra ci scrivemmo un "manifesto demistificazionista": lui aveva le idee chiare e Sanguineti non gli era piaciuto. Lui amava Sereni. Insomma a me un po' l'idea di avanguardia invece piaceva perchè non riguardava Milano, la resistenza, la storia etc... mi piaceva perché la sentivo pura letteratura che era quello che mi piaceva e anche se non si capiva, anche se non dava emozioni-perugina tanto meglio. In ogni caso di quel manifesto in versi ricordo il verso "Sanguineti sei stato, non lo nego / e me ne frego". Che pessimo inizio nel campo. Sì perché io qui già nel campo ho già fatto un tremendo passo falso e chi leggesse potrebbe dedurre dall'insoffernza per la poesia del compagno Edoardo che ero un diciassettene reazionario. E invece per me era lo stesso spirito che quando Sanguineti era allo zenit, faceva scrivere negli anni Settanta sui muri di Bologna "Gaime Pintor chi legge" come avevo visto in una vignetta di Pazienza, o, ad un livello storico del tutto diverso, andando ancora a ritroso nel tempo, lo spirito che mosse inpolitici nati a gesti nuovi: Luciano Erba in spalla ad un amico nell'attuale via Washington a Milano, allora dedicata ad un figlio di Mussolini morto in un incidente aereo nel 1941. "Via Bruno Mussolini". Sotto il nome della via Luciano scrive "Adesso via anche il padre". Talento.

23 lug 2007

Arance di sicilia: provincia e capitale

«I fatti fisici non hanno realtà, è l'arte sommamente reale» dice Croce nel suo Breviario di Estetica. In una teoria del campo questo non è propriamente vero, anzi. Proseguendo la "proposta velleitaria" di Mozzi che già abbiamo fatto nostra, e tentando di fornire un’elementare mappa meramente geografica del campo possiamo dire che uno scrittore nato e vissuto in Piemonte e uno nato e vissuto in Sicilia partono da presupposti e tradizioni differenti. Sono i diversi i termine della loro dialettica che si appuntano su elementi diversi precostituiti. Vero è che il Gruppo ’63 vide la luce a Palermo ma per quanto ad esempio i percorsi di un Sebastiano Vassalli (piemontese) e un Michele Perreira (siciliano) furono convergenti?. Certo entrambi, e tutto il gruppo tentavano di dare risposte proprio al soffocante provincialismo di una cultura che si era improvvisamente svegliata in ritardo rispetto all’Europa e agli Stati Uniti. Il recupero dell’avanguardia storica e la scoperta del formalismo (nei paesi dell’est già vecchio di settanta anni) rappresenta un effettiva anche se momentanea liberazione da una serie di vincoli oppressivi, tra cui anche la liberazione dal vincolo geografico; e d’altronde per una teoria che invitava a mettere da parte la servitù dal dato biografico ed affermava il primato del letterario come materiale e sistema quale spazio avrebbe potuto avere un’opzione geografica? Quaranta anni fa questo discorso sarebbe parso fuori moda, forse reazionario; andando indietro di altri quaranta anni i futuristi ormai in cattedra probabilmente mi avrebbero dato del “passatista” e “antinazionalista”. Per una “teoria del campo” invece credo che queste elementari considerazioni siano non solo attuali, ma necessarie nel mostrare come il discorso egemonico dell’avanguardia si oppone ai limiti e alle strettoie dell’egemonia “geografica” che tiene in stato di minorità la letteratura italiana, e lo fa partendo e nascendo non a Milano, il luogo dove è più facile fingere cosmopolitismo, ma proprio in un luogo in cui la “cifra territoriale” e più marcata e in cui l’identità geografica è orgogliosamente preservata. Come ad esprimere tacitamente “se il rinnovamento parte da qui” tutta l’Italia farà a gara per essere più avanti di Palermo…”. Onestamente non credo che questo sia stato pianificato nei termini appena descritti, tuttavia così è accaduto. Lasciando da parte la questione veniamo alla descrizione della geografia letteraria siciliana, avvalendoci del prezioso sostegno di “Stylos” della Domenico Sanfilippo Editore, uno delle più valide pagine di cultura nazionali (introvabile nelle edicole del piccolo capoluogo piemontese da cui scrivo). Inutile dire che Verga e Pirandello sono i numi tutelari; ad entrambi si sono votate due generazioni distinte di scrittori. Cosicché, alla rappresentazione della realtà immaginata da Verga, che ha raccontato il suo mondo secondo quanto i suoi personaggi vedevano, si sono indirizzati quanti, da De Roberto a Camilleri, passando per Vittorini, certo D'Arrigo, e Sciascia, hanno individuato nella realtà in sé, nell’esperienza, il dato narrabile; alla rappresentazione della realtà colta da Pirandello, che ha raccontato il suo mondo secondo quanto i suoi personaggi sentivano, si sono volti invece quanti, dal dimenticato Francesco Lanza a Vincenzo Consolo, per il tramite di Bufalino, Brancati, Bonaviri, Salvatore Fiume, hanno invece considerato il solo elemento idealistico, non esteriore all’uomo ma interiore. Accanto o attorno a questi nomi figurano poi una lunga serie di autori viventi che hanno rinverdito i due coté, occupando posizioni mediane oppure innovando la tradizione. Penso ad autori come Silvana Grasso, Silvana La Spina, Roberto Alajmo, Giosuè Calaciura, Domenico Conoscenti, Santo Piazzese, Melo Freni, Evelina Santangelo, il già citato Michele Perriera, e poi i poeti Emilio Isgrò e Nino De Vita, per i quali è valso il senso della realtà irrelata di una Sicilia meno consistente e materica e più immaginata o immaginifica, ai quali va il merito di aver superato la pregiudiziale verghiano-pirandelliana prefigurando nuove soluzioni narrative. Nei decenni del dopoguerra la critica letteraria è stata attentissima agli svolgimenti letterari siciliani anche perché oggi (Camilleri) come cinquant’anni fa (Tomasi di Lampedusa) gli scrittori siciliani sanno essere autori di best sellers o di “opere uniche”, “casi” (Horcinus Orca). Non tanto e non solo la critica siciliana “d.o.c.” (i Tedesco, i Di Grado, i Traina, i Gioviale...) si è dunque occupata di questa letteratura, ma una generazione di critici più giovani non ha risparmiato studi e riflessioni, forse ricordando l’idea di Sciascia che vedeva nella Sicilia i segni di un processo degenerativo destinato ad estendersi a tutto il sistema- Italia (vedi La palma va a Nord). Si pensi ai contributi di Silvio Perrella, Massimo Onofri, Filippo La Porta, Raffaele Manica, Andrea Cortellessa, Domenico Scarpa, per citarne solo alcuni. Resta da chiedersi chiedersi a questo punto se tanto riguardo non sia il frutto maturo del fenomeno siciliano, che riunisce un numero impressionante di scrittori in una cifra pressoché omogenea che ha come costante leit motiv il fatto di parlare della Sicilia stessa, e che ha raggiunto una soglia non più revocabile né trascurabile.
La geografia diventa un elemento che assume un particolare “capitale simbolico” e le insofferenze di provincialismo degli anni sessanta almeno qui, sembrano davvero lontane. E daltronde, se qualcosa hanno davvero insegnato gli anni novanta non è proprio a “valorizzare il territorio”; la diversità, la particolarità, non ha forse insegnato a pensare “g-local”? Il punto è anche la geografia è libero mercato? Da questo punto di vista, considerato tutti i docg e i vari presidi di muffe tradizionali, si direbbe che l’italia sia il massimo del rigore filologico, tanto che non prevede il cosiddetto “panorama freedom” e le foto delle opere architettoniche di Piano, Fuksas, Piacentini, ad esempio, dovranno essere tolte da Wikipedia… e tuttavia mi pare che tutta questa ansia di particolarismo nasconda la volontà di essere rassicurati e preservati per sempre nell'immobilità arcaica e sognante di una Vigata eterna.
Camilleri ha svecchiato la letteratura siciliana tenendo a balia nidiate di nuovi autori che adesso lo scimmiottano, ed ha risvegliato il dialetto (benché quello solo agrigentino) portandolo nella bocca anche di lettori leghisti, ma ciò avviene perchè l'archetipo del buen retiro che avvenga in Sicilia o nella Fargo dei fratelli Choen, è un ememento dall'appeal universale. In questi ultimi dieci anni il "capitale simbolico" della sicilianità è dunque salito ancora, tanto che oggi si direbbe che l'isola stia diventato un “genere letterario”, come le storie di vampiri (di sponda entrambi, Sicilia e vampiri, si trovano nel nuovo romanzo di Flavio Santi). Per scrivere questo genere ovviamente non occorre essere siciliani più di quanto occorra essere vampiri per scrivere Dracula e lo dimostra anche il Nuovomondo del non siciliano Emanuele Crialese, vero e proprio esempio di efficace ricostruzione artificiale di una realtà di appartenenza "emotiva".

17 lug 2007

Il clic di mozzi e la civiltà della scrittura verticale continua

Il 26 giugno 2007 ha ripreso le pubblicazioni della storica rivista Vibrisse, con nuovi intenti. Faccio mia la proposta velleitaria di Giulio Mozzi comunicando che l'idea di Verde Memoria si situa esattamente in quella ricerca sul "campo letterario" proposta chiaramente da Mozzi, che qui riporto: "La cosa che vorrei fare con Vibrisse nei prossimi mesi, diciamo nel corso del prossimo anno, è: tentare una descrizione del campo letterario italiano contemporaneo. Si tratta di un'intenzione quanto mai velleitaria. Per "campo letterario italiano contemporaneo" intendo: l'insieme delle relazioni che sono in atto tra i soggetti che hanno che fare con la letteratura, in Italia, oggi: lettori, scrittori, editori, funzionari editoriali, agenti letterari, critici, giornalisti, tipografi, autori di programmi televisivi, librai, grossisti, promotori, insegnanti di ogni ordine e grado, vetrinisti, dirigenti di catene di librerie, eccetera. Scrivo "eccetera" perché mi sembra il caso di essere, almeno all'inizio, inclusivi piuttosto che esclusivi. [...] Le ricerche sul reale funzionamento del "campo" o "ecosistema" letterario italiano contemporaneo sono assai poche. La ragione di questa scarsità sembra evidente: non fa piacere a nessuno che si svelino le "reti di relazioni", che sono un "capitale" fondamentale per la sopravvivenza, e che tanto meglio funzionano quanto più sono inconosciute e inaccessibili. Per giungere a questa descrizione del campo letterario italiano contemporaneo (Clic), propongo di scegliere un punto di osservazione e un metodo. Il punto di osservazione è: poiché dentro il clic si entra solo e soltanto per cooptazione, il momento dell'ingresso mi sembra talmente decisivo da poter essere scelto come punto di osservazione (o, meglio, punto da osservare) [...]"
Un altro punto di partenza (oltre oltre le interviste proposte da mozzi, che lui stesso definisce "difficili" poiché è problematico stanare questi "interni") potrebbe essere una "geografia dell'avanguardia" i cui estremi lembi di dibattito a mio avviso si hanno nella violenta stroncatura all'Annuario di poesia dell'illuminato Genna (che ai tempi di Clarence ahimé stroncava anche il Cinema Naturale di Gianni Celati) che ripropone l'antica, spiacevole, asse di conflitto Milano-Roma. E poi si potrebbero rivedere epigoni di luoghi comuni ancora persistenti: la Firenze ermentica, Torino esoterica e neoorfica, Genova avanguardistica, Vicenza psicologa e bigotta, il Friuli e la frontiera, la Sicilia e il mediterraneo e così via. La persistenza di questi elementi geografici nel campo ha ancora più peso di quanto si potesse pensare. Ma il problema è sempre nella dialettica tra legittimità e consenso. Internet ha smosso un po' le carte in tavola guadagnandosi visibilità e consenso ma tutta l'accademia ancora diffida e le ragioni sono molte, dalla perdita di controllo sull'attendibiltà dell'informazione alla "sindrome da copia e incolla" e alla fobia del furto. Eppure, la "scrittura verticale senza pagine" esercita ed ha esercitato una modifica forse più violenta dell'impatto della stampa descritto nella Gutemberg Galaxy dello smilzo Mc Luhan visto ieri in Annie Hall (1977). Con la stampa la scrittura verticale senza pagine condivide una componente di fondo: l'espansione della comunicazione porta ad un radicalizzarsi delle posizioni. In certe schermate vedo il germe "protestante" dei libelli di Martin Marprelate del XVI secolo o la violenza verbosa e allusiva degli "University Wit" come Thomas Nashe, assoldati a difendere la corte o i puritani... Anche in quel caso la polemica si indirizzava su canali impensabili fuori da una civiltà a stampa. Analogamente, il discorso della Clarence di Genna e della società delle menti mi pare fu unico proprio nel suo utilizzare la libertà di un mezzo che tuttavia, oggi come allora, determina in modo incofondibile espressione e discorso. Un'informazione dislocata per un pubblico "dislocato" che autoapprende. Ci torneremo. Per ora un bocca al lupo a Mozzi.

10 lug 2007

Restaurazione o Speranza? Gianni D'Elia, Ernst Bloch, Tonino Guerra, Ratzinger, Boy George...

Nel recente festival della poesia di Parma al Punto Einaudi sabato per l'aperitivo arriva a sorpresa Gianni D'Elia che legge dal suo ultimo libro le storie dei suoi Trovatori. Dice che la sua antipatia per Ratzinger risale a quando molti anni fa lesse le sue critiche ad un filosofo per altri versi molto amato dalla cultura cattolica italiana degli anni sessanta: il filosofo marxista Ernst Bloch (1885-1977)
Il "principio speranza" come "ontologia del non ancora esistente" è la figura speculativa centrale della sua filosofia. Secondo Bloch una giusta filosofia non deve mirare a studiare ciò che è ma a preparare ciò che ancora non è. Dietro ci sta "l'impensato che bisogna pensare di Heidegger" ma nel suo dire che "il mondo veramente degno di essere vissuto dev'essere ancora costruito" c'è un indubbio potenziale eversivo. Il compito dell'uomo creativo è dunque quello di creare il mondo giusto che ancora non esiste e per questo elevato compito la filosofia deve svolgere una funzione decisiva: essa è il laboratorio della speranza, l'anticipazione del mondo di domani nel pensiero, anticipazione di un mondo ragionevole e umano. Un mondo che non più formatosi mediante il caso, ma che può essere pensato e realizzato . Nel contesto storico degli anni Sessanta-Settanta che smotta sul nostro presente mi pare che si confondano la speranza che si identifica con l'elpis paolina e l'ottimismo di Tonino Guerra che si becca la cagata in faccia. Per Bloch (e per alcuni dei tanti intellettuali che lo seguirono, cattolici (come Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Lorenzo Milani, Mario Gozzini) e laici (come Lelio Basso), l'ottimismo fu forma ed espressione della fede nella storia, ed è perciò doveroso per una persona che vuole servire alla liberazione, l'evocazione rivoluzionaria del mondo nuovo e dell'uomo nuovo. Fu questa infondo l'eredità illuminista ereditata dal romantico Hugo nella sua Prefazione a Hernani e credo che lo stesso discorso valga anche per i "miserabili" cattolici Coccolini e Zaccuri ospitati da Giuseppe Genna.
La speranza è perciò la virtù di un'ontologia di lotta, la forza dinamica della marcia verso l'utopia. Leggendo Bloch, Ratzinger interpreta la sua speranza come ottimismo e come fiducia nel progresso e probabilmente calca un po' troppo la mano su questo punto (visto che ben nota è la critica di Bloch alla linearità del progresso). Secondo Ratzinger la "virtù teologica" di un "Dio nuovo" e di una "nuova religione" è la virtù di una storia divinizzata. Una "storia" di Dio, dunque, ma del grande Dio delle ideologie moderne e della loro promessa. Questa promessa è l'utopia, da realizzarsi per mezzo della "rivoluzione", che per sua parte rappresenta una specie di divinità mitica. Ratzinger in fin dei conti attacca la divinità illusoria della storia che pone dio al suo servizio. Peraltro chi non crede nelle "magnifiche sorti umane e progressive" non è mai visto di buon occhio, e tuttavia non potendo fare del pontefice un nichilista leopardiano, questo suo pessimismo, in un dibattito della metà degli anni Ottanta attorno al suo Rapporto sulla fede, lo rese un conservatore reazionario.
Allora, alla metà degli anni Ottanta l'attenzione dei suoi critici si catalizzò attorno ad una parola che in questi ultimi due anni si è diffusa nel mondo delle lettere e della rete "Restaurazione". (si veda l'articolo di Antonio Moresco dell'aprile 2005 nella prima Nazione Indiana e ricordi, chi c'era, l'incontro di Torino del maggio, in cui lesse il Cantico di San Francesco e abbandonò il gruppo assieme ad altri membri fondatori). Di questa restaurazione eccone una radice appena sepolta sotto due dita di polvere storica, al tempo che Boy George era una star internazionale e non un Dj al Bajda di Noli. Di tutto questo pare che a D'Elia non importi moltissimo, e il suo accenno al pontifex conta meno di una poesia attorno al fuoco, meno delle voci che parlano in un mare di tela azzurra, meno dei muratori che lavorano sulle impalcature fuori della sua casa di Pesaro. La restaurazione pare non l'abbia sfiorato e, non me ne voglia, rispetto all'apetura a più voci dei Trovatori, mi pare si trovasse più a suo agio in una "bassa stagione".