28 lug 2007

Nacci e Orgiazzi: due volenterosi cacciatori.

Molto di quanto detto nel precendente post viene dalle analisi apparse su settembre per il numero (87- speciale) di Fucine Mute ad opera del triestino Luigi Nacci (1978) che si propone di fare sia una mappa analitica dei festival (comprensiva delle politiche da cui sono mossi) sia di avere una data, il 2009 per un lavoro di sintesi sul decennio 1999-2009. Le analisi sociologiche aventi come oggetto l’ambiente della poesia sono state in passato, soprattutto tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, numerose e le conclusioni di tali indagini sono per la gran parte valide anche oggi. A tal proposito Nacci riporta due osservazioni di Antonio Barbuto datate 1981, a prefazione del volume Da Narciso a Castelporziano. Poesia e pubblico negli anni settanta (Roma, Edizioni dell’Ateneo). Il volume include più di 60 interventi firmati da poeti e critici molto differenti tra loro, come Barberi Squarotti, Sereni, Porta, Sica, Cucchi, Sanguineti, Bellezza, Giuliani, Pecora, etc.) da lui stesso curato: «è pressoché impossibile catalogare una enorme produzione poetica disseminata perlopiù in riviste e rivistine introvabili o in plaquettes quasi clandestine [...]. Se finora l’antologia veniva definita come strumento di storicizzazione o museo, ovvero come manifesto di tendenza, oggi è forse più corretto chiamarla raccolta per la difficoltà obiettiva di costruire un’antologia per così dire storica o di tendenza». Come Nacci anch’io credo che uno studio socio-antropologico dell’ambiente della poesia odierno sia oggi quanto mai necessario. Lui ci ha provato in una prospettiva territoriale con L. Nacci, Trieste allo specchio. Indagine sulla poesia triestina del secondo Novecento, Trieste, Battello stampatore, 2006: una ricerca in cui, dopo aver analizzato i dati di un questionario compilato da 110 poeti, ha costruito un archivio di tutte (o quasi) le pubblicazioni di poesia da parte di triestini (nati a Trieste o a Trieste vissuti, anche per poco) dal 1950 al 2002. Una fatica immane: più di 350 poeti elencati.
Analoga generosità muove il meritorio blog LiberInVersi di Massimo Orgiazzi fondato nel giugno 2005. Da allora ha ospitato, senza preclusioni di sorta, più di 70 poeti, in buona parte giovani. Da vedere inisieme alla sua nuova rivista-blog on line: L'attenzione.

Antologia e critica

È vero, sull’onda del neo-comunitarismo-panacea di cui parla Bauman in Modernità liquida (Laterza, 2002) si avverte una frammentazione dell’ambiente poetico in zone auto-sussistenti come questa, “riserve”, come sostiene Roberto Galaverni nel suo Dopo la poesia, che trovano il proprio spazio ideale nella rete. Infatti chi volesse seguire qualcosa delle produzione poetica italiana fino agli autori nati negli anni settanta, in libreria non ha molte possibilità di documentazione. Realisticamente parlando negli ultimi tre anni il lettore medio che vede un po’ di tutto (ma solo di “quello che c’è”) in libreria può aver trovato i Nuovissimi poeti italiani, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, Milano, Mondadori 2004; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, a cura di Giorgio Manacorda e Paolo Febbraro, Roma, Castelvecchi, 2005 (allegato a Annuario di poesia 2005) e, ma solo se si ha avuto la fortuna di comprarla subito (anche un critico attento ed aggiornato come Davico Bonino mi diceva di non averla fatta), la poderosa Parola Plurale, a cura di Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli e Paolo Zublena, Roma, Luca Sossella, 2005, cui si affianchino i due volumi critici del già citato Galaverni e il corposo volume di Cortellessa uscito per Fazi. E se quelle antologie non erano ancora “il momento critico”, pare che tale momento, il momento del confronto ora sia giunto. Diverso infatti il caso di due altre antologie abbastanza recenti come Maledetti Italiani a cura di Davide Brullo, per le Edizioni Net del gruppo editoriale Saggiatore, e Poesia contemporanea dal 1980 a oggi. Storia linguistica italiana, Roma, Carocci, 2007 a cura di Andrea Afribio. Nel primo Brullo offre un vero e proprio canone alternativo del “secondo novecento poetico”, dando rilievo ad autori meno noti rispetto al loro reale potenziale ed alcune scelte mi trovano assolutamente d’accordo, ricordandomi tra l'altro la dimenticata antologia romana di Bordini negli anni Settanta. L’antologia di Afribrio (recensita con interesse da Cortellessa su «Tuttolibri» e da Giuseppe Tomasin sul domenicale de «Il Sole 24 Ore») si propone invece un percorso critico, una scelta antologica che è anche ricerca non tanto o non solo di una poetica, ma di un valore letterario comune ai diversi autori. In entrambi casi si trova il lodevole tentativo di fare una critica che sia anche espressione di un giudizio di valore, a carte scoperte, cercando di leggere, comprendere e mettersi in gioco. Questi testi ovviamente sono la punta dell’iceberg di un discorso molto più ampio e chi volesse entrare in un terreno meno certo e più difficile da seguire, ma anche più affascinante nelle sue mutazioni, dovrebbe prima di tutto mettere momentaneamente tra parentesi il giudizio di cui sopra e cominciare ad affrontre l'argomento con strumenti più empirici quali ad esempio il criterio biografico delle nascite o il criterio "sociale" dell'uscita a stampa; e tali dati incrociare con la teoria letteraria, magari con la nozione di campo, con l'analisi statistica della presenza territoriale, regionale e nazionale, considerando il grado di "capitale simbolico" dell'ubicazione geografica eccetera. In rapporto alla definizione di campo è importante tenere in assoluta cosiderazione i "gradi di forza" che determinano le nascite di antologie e nuovi poeti, ovvero essere in grado di analizzare lucidamente il lodevole desiderio comune di molti poeti affermati, di veder "proseguire il discorso", di sperare un giorno onorata la loro memoria. Per fare ciò e già l'esempio di Parola Plurale lo dimostra, ci vogliono anche dei critici.
Uno strumento fondamentale per addentrarsi nel terreno di cui sopra sono sicuramente i Quaderni italiani di poesia contemporanea a cura di Franco Buffoni usciti dal 1991, nove volumi ad oggi, con presenze di poeti nati dal 1955 in poi. (Per una storia dei quaderni vedi qui)
Si vedano poi le antologie Nodo sottile. Antologia di Poesia Under35, a cura di V. Biagini e A. Sirotti (due volumi per Cadmo nel 2001-02, il terzo per Crocetti nel 2003); nonché le antologie Parco Poesia dell’omonimo festival riminese (l'e-book lo trovate qui ma si paga ). Gratis invece potete scaricare Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana, a cura di Aldo Nove e Lello Voce, 2002 e l’importante Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, a cura di Giuliano Ladolfi. Buona ricerca.

24 lug 2007

Primi Tempi dell'Hangar

Negli anni d'Università 1995-1999 vissi a Torino. Un giorno, avrò avuto ventuno anni, venne dalla California Luigi Ballerini a tenere una bella lezione su Cavalcanti, invitanto da Carlo Ossola. Mi piacque, era dinamico, colto, una bella moglie, una gioia e un modo di fare spigliato, un'ironica lontananza dalle posture romantiche, un' amore ad oltranza per il letterario, per il trobar clus, per la bellezza a frammenti di Pound, e poi l'interesse per la poesia visiva... insomma quei valori mi piacevano e qualche tempo dopo aver letto e molto amato Il terzo gode (Marsilio) dissi non so per quale motivo a Barbara Lanati che la sua poesia mi sembrava meglio di quella del resto della neoavanguardia. Lei amava la poesia di Ballerini ma invitò a tenere presente che il nome del figlio di Luigi Ballerini era Edoardo. Ovviamente Barbara alludeva a Sanguineti di cui ho già detto. Qualche tempo dopo rividi Luigi Ballerini ad una presentazione dei suoi Stracci shakespeariani presentato da Giorgio Ficara, un critico che pareva a suo agio tanto con quelle poesie incomprensibili, quanto con quelle diversissime di Giuseppe Conte (di cui postillò un edizione de L'oceano e il ragazzo per Bur). Pensai: "io sarò incoerente ad apprezzare l'epigono Ballerini e non il protoripo Sanguineti, ma almeno a me Conte non piace". Uno monta la luna (Manni) è il suo testo di poesia più risuscito; meno mi convinse Cefalonia. Negli anni chiedendo in giro vedo che Ballerini piace a pochi che non siano in qualche modo epigoni di una posizione avanguardistica ed il suo caso mi parve paradigmatico di una realtà della poesia abbastanza sconcertante: la verità è a priori: nessuno "stava su" con la sua opera. Nessuno "stava su" con la sua voce. Era quasi tutta una questione non solo di correnti, ma di vere e proprie carte bollate, di certificati e patenti. Non è una questione di generi come per la prosa. dove è lecito dire : "Io scrivo gialli. tutti quelli che leggono e buona parte di quelli scrivono gialli rispettano il mio lavoro, tu che cazzo vuoi?". Impossibile fare lo stesso in poesia, o almeno nel 1994-1995 mi parve impossibile, e trovarmi un nume tutelare mi parve inutile. Scrivevo poesia ma qualsiasi sfrorzo per farsi conoscere in un mondo così privo di legittimità benché carico di passione, mi sembrava un inutile esercizio di narcisismo. Eppure l'ansia di essere conosciuto era grande quanto la paura di cadere nel vuoto. Al salone del libro nel 1997 o 1998 non ricordo lessi nel laboratorio di poesia di fronte a Krumm, De Angelis, Cucchi, Ricciardi. La mia poesia piacque a Krumm e non dispiacque affattp agli altri. Ebbi allora il vecchio biglietto da visita con la bici di Cucchi, quello Mondadori di Ricciardi e poi il numero di Ermanno Krumm. A De Angelis invece la poesia non era piaciuta molto e solo il verso "divani sfoderati una volta per tutte, / il velo d'asfodeli prima del vuoto" aveva incontrato il suo gusto. Mi trovava troppo ironico e quel giorno mi pareva un po'incazzato. Comunque il risultato e l'attenzione ci furono. Qualcosa c'era stato. Tuttavia negli anni a venire non chiamai mai nessuno di loro. Mi spaventai forse, fatto sta che mi chiusi a riccio per una decina di anni e cominciai a cercare di leggere i libri di tutti quelli che cercavano di essere poeti o lo erano diventati. Prima della mia poesia volevo fondare il mio giudizio ma il dolore fu grande quando constatai di non sapere mai se la pula l'avevo io negli occhi e tra le mani: nei primi tre volumi dei quaderni dei Nuovi poeti italiani Einaudi, la prima cosa che mi capitò di leggere, trovai poco e niente e la ragione di tanti poeti mi sfuggiva. Il giudizio delle letture di quegli anni era un'ecatombe: meglio tacere che parere ingrati, ma ogni tanto qualche scintilla... che dopo qualche lettura si riduceva... poi mi accorgevo d'essermi ingannato e dicevo che era inutile stare con la testa sotto in quello sforzo...ma poi ripensavo a quante litigate con stronzi che scrivevano poesie senza aver letto mai niente di altri poeti e a quanto odiavo quel sordo altezzoso dibattersi: "ma scusa se suoni la chitarra elettrica possibile non avere mai voglia di ascoltare un'assolo di Hendrix, di Gilumur, di Frank Zappa?" Un primo criterio di distinzione c'era e l'avevo trovato. Ogni serio poeta leggeva molto. Leggeva gli altri, li pensava spesso come esseri umani e come poeti.

Mappa e graffito: Nove, Sanguineti, Erba, il sociale e il non.

Una volta a Pozzolo Formigaro ho visto sulla sarracinesca di un Garage la scritta: "è tutto loro quello che luccica". Risi perchè agli anonimi restano le idee che non stanno sulla mappa. Ma non fraintendiamo, vero è come ci ricorda Alfred Korzybski che "la mappa non è il territorio che essa rappresenta" (Science and sanity, 1933) ma se è esatta, la mappa ha una struttura simile a quella del territorio, che ne spiega l'utilità". Ma alla mappa manca la profondità e la profondità come corpo e dimensione di qualcosa in qualcos'altro, in letteratura è tutto. Preferisco pensare allora che la mappa è, secondo l'antica etimologia fenicia ripresa da Quintilliano, la tovaglia da pranzo. Viviamo in un tempo in cui tutto s'apparecchia e non si mangia mai. E tuttavia in questo forzato digiuno ogni briciola sazia come le dolci barette che mangia chi va verso il polo, e resta sazio per quattro o cinque giorni. Cerco di immaginare Aldo Nove, ad otto anni di fronte a Guido Ballo che declama l'inconprensibile a Viggù. E lì, di fronte il nascere di mille altri ripenso che ho visto molto in ritardo a diciotto anni il mio primo poeta in carne ed ossa in una grande sala di Torino. Sotto un lampadario scintillante a dodici braccia lui diceva alle vecchiette azzimate di scrivere per la lotta di classe e il proletariato. A me che gli unici poeti che avevo letto erano Yates, Esenin, Eliot, Seferis e Beckett mi pareva di essere subito convinto che quella era la strada di oggi, ma lì mi ci aveva portato un amico coetaneo molto più addentro alle cose di poesia mentre io sentii solo Sanguineti un po'alticcio di due o tre negroni ed ero già disposto ad applaudire incondizionato. Invece uscimmo prima e fuori con l'amico portammo via un cartone pubblicitario di quelli che stanno a terra vicino alle edicole. Sopra ci scrivemmo un "manifesto demistificazionista": lui aveva le idee chiare e Sanguineti non gli era piaciuto. Lui amava Sereni. Insomma a me un po' l'idea di avanguardia invece piaceva perchè non riguardava Milano, la resistenza, la storia etc... mi piaceva perché la sentivo pura letteratura che era quello che mi piaceva e anche se non si capiva, anche se non dava emozioni-perugina tanto meglio. In ogni caso di quel manifesto in versi ricordo il verso "Sanguineti sei stato, non lo nego / e me ne frego". Che pessimo inizio nel campo. Sì perché io qui già nel campo ho già fatto un tremendo passo falso e chi leggesse potrebbe dedurre dall'insoffernza per la poesia del compagno Edoardo che ero un diciassettene reazionario. E invece per me era lo stesso spirito che quando Sanguineti era allo zenit, faceva scrivere negli anni Settanta sui muri di Bologna "Gaime Pintor chi legge" come avevo visto in una vignetta di Pazienza, o, ad un livello storico del tutto diverso, andando ancora a ritroso nel tempo, lo spirito che mosse inpolitici nati a gesti nuovi: Luciano Erba in spalla ad un amico nell'attuale via Washington a Milano, allora dedicata ad un figlio di Mussolini morto in un incidente aereo nel 1941. "Via Bruno Mussolini". Sotto il nome della via Luciano scrive "Adesso via anche il padre". Talento.