11 lug 2007

I dottori di MASH e il 27 di Bovary: Zoilo e il chiarissimo Giusti

Torino. Via Sant’Ottavio, Palazzo Nuovo. In quell’hangar in odore di alluminio il cui nome mi pareva una presa per il culo all’inizio del 2000 a ventiquattro anni presi la laurea quadriennale in Letteratura Italiana. Allora non c’era ancora il 3+2 con il casino dei crediti e dati venti esami stop. Io dopo i venti esami scelsi di laurearmi in letteratura italiana. Liscio liscio. Liscio troppo direi. Sì perché all’Università tutti quelli che studiavano un minimo poi andavano bene e agli esami mietere trenta con un po’ di passione era il minimo che potessi chiedere alla mia coscienza, ben sapendo che moltissimi altri facevano lo stesso. Quando tre anni dopo la laurea mi capitò di essere, come si dice, “dall’altra parte”, mi parve che le cose andassero anche meglio. Una ragazza mi disse di aver letto due volte Madame Bovary, uno dei testi d’esame per Letterature Comparate. Disse che la prima volta che lo aveva letto a sedici anni la signora Bovary le era sembrata un tipo profondo; questa seconda volta, “una sciacquetta”.
“Si vede che sei cresciuta” risposi. 27.
Interrogai quella sola volta, l’unica che mi chiamarono mentre ero lontano da Torino, a Follonica, con un’amica. “Pronto è lei?” “Si?” Lo sa che ci sono gli esami?” “No” “Guglieri e Lombardi non ci sono, venga lei”. Non mi mossi più da Torino nei seguenti tre anni. Interrogai solo quell’arroventato pomeriggio di Luglio in cui diedi 27 a chi aveva interrotto il mio idillio di Follonica facendomi fare sei ore di treno per dirmi che Madame Bovary era una sciaquetta.
In ogni caso all’inizio del 2000 in quell’hangar mi laureai e per laurearmi dovetti inoltrare domanda al “Chiar.mo” preside della facoltà di lettere e filosofia e usare così per la prima volta in vita la parola “chiarissimo” riferendolo a persona e per di più in forma orribilmente scorciata. Mai avrei pensato di scrivere in qualcosa di ufficiale, di stampato, di mio la parola “chiarissimo” eppure lo stavo facendo e “qualcosa non va”, mi dicevo, “pare anche questa una presa in giro”. Tutti gli scrittori di un qualche valore non disdegnavano di gettare fango sull’accademia, sull’università, come se il loro successo avesse covato in un rancore fatto di volontà di rivalsa, eccetera eccetera, eppure io, all’università non ci volevo male… però anche gli autori che studi solo lì parevano dire il contrario di quello che si faceva nell’unico posto che mi pareva delegato almeno a celebrarne se non la memoria, almeno la storia. E poi infondo anch’io avevo paura di diventare un pettegolo e copione, uno di quelli cui parla Giusti in una sua poesia del 1845 intitolata appunto Contro un letterato pettegolo e copista e che comincia “O chiarissimo ciuco”

O chiarissimo ciuco
O cranio parasito
All’erudita greppia
incarognito;
Tu del corvello eunuco
All’anime bennate
Palesi la virtù
colle pedate.
Somigli uno scaffale
Di libri a un tempo idropico e
digiuno,
Grave di tutti, inteso di nessuno;
O meglio un arsenale
Ove il
sapere, in preda alle tignole,
Non serba altro di sé che le parole.
Poiché
sfacciatamente
Copri de’ panni altrui l’anima nuda,
Scimia di forti
ingegni e Zoilo e Giuda;
Smetti, o zucca impotente,
Di prenderti altra
briga;
Strascica l’ostro sulla falsariga.

Ben conscio del veto, sulla falsariga del modello prestampato, apposi tuttavia la "chiarissima richiesta" che fu benignamente accolta ed eccoci qui. Laureati. Testa nella mangiatoia dei companions (la greppia) e pistone che non pompa più la musa (corvello); pronti a seguir la falsariga del primo debole vento mediterraneo (ostro). "Banderuolicciole", leggere leggere. Dottori. Non chiarissimi forse, non ancora così ridicoli, ma con un titolo, altrettanto buffo. Piacere, dottor Céline, e poi come in quella scena di M.A.S.H. dove tutti i dottori si danno la mano dicendosi “dottore”, “dottore”, “dottore” e così via… Chi fosse il “chiarissimo asino” della poesia che, come si dice, “eccitò la musa del Giusti”, non si sa «ma di letterati pettegoli e copisti non ci fu mai penuria in alcun tempo». Dare del “chiarissimo” ad uno per Giusti equivaleva a insultarlo e il poeta si arrabbiava molto se lo leggeva prima del suo nome in una lettera a lui indirizzata. All’Amico Matteo Trenta scriveva già cinque anni prima del testo in questione, nel 1840, che “chiarissimo” era un superlativo

che tutti danno e tutti vogliono a tutto pasto, tanto che oramai bisognerà dire
nelle mattutine e nelle vespertino orazioni (o correggere anco nelle preghiere
della Chiesa) a peste, fame et clarissimo, libera nos Domine. Non so se sappiate
che in quest’altro Congresso sarà proposto dai professori di fisica di dar
piuttosto del Diafano o, più italianamente parlando, del Trasparente. A me
piacerebbe molto potere scrivere: Al Diafanissimo signor, ecc. Al Molto
Trasparente Professore, ecc.
Il 31 dicembre 1844 Giusti scrisse anche una cicalata in forma di lettera, stampata dalla «Rivista di Firenze» col titolo: Il capitolo delle debolezze umane: sull’uso del Chiarissimo. Leggiamo: «Il popolo felicissimo nei suoi paragoni, quando parla d’una cosa limpida o d’una verità manifesta, è solito dire: chiara come l’acqua, chiara come l’ambra, chiara come la luce del sole. Ma il sole, sebbene sia popolarissimo, credo che nella sua dignità debba indispettirsi d’essere messo in un fascio e quasi alla pari con l’acqua e con l’ambra, come il vero sapiente deve pigliarsela con tutti coloro che te l’annaffiano in branco coll’asperges del Chiarissimo.» E propone «di pesare bene il merito di colui cui si scrive, e dare quindi all’uno di Limpido, all’altro di Lucido, a questo di Trasparente, a quello di Folgorante; e poi di Molto sfavillante, di Scintillantissimo, e anco d’Opaco e di Nebuloso secondo il bisogno».
Sono passati 160 anni. Alla faccia che la satira è legata ai tempi in cui si scrive. Ad aver segnato il passo semmai è il linguaggio con cui è espressa per cui non sono più familiari i molti termini che fanno suonare vecchio il timbro di Giusti, forzata la sua gabbia di rime, poco chiara la funzione di quel nome astruso “Zoilo” accostato a Giuda Iscariota, il traditore per antonomasia. Questa poesia non si legge bene, non è moderna, ci vogliono le note, eccetera. È per non cadere nella spiacevole pedanteria di quell’arsenale linguistico carico di retorica che all’Università poeti come Giusti ricevono, giustamente, un attenzione marginale se non nulla (io nel mio corso di studi non ci sono mai incappato). D’altronde è proprio per non essere tacciati di arretratezza che si è mandato in pensione tutto il quest’armamentario di “greppie” “tignole” e “corvelli” dopo che per l’ultima volta Pascoli ce ne mostrò in nuova luce il fascino, come un balocco sinistro. Tra le critiche che si potrebbero muovere a Giusti infine, l’accostamento indiscriminato di un personaggio classico come Zolio, il mitico critico di Omero che si guadagnò l’appellativo di Homeromastix, e il traditore dei Vangeli. Anche questa leggerezza gioca a sfavore di una composizione che non riesce a sollevare la propria riflessione al di là di una piacevole goliardia. È questo il romanticismo italiano, dei romantegh. Questo fu per Leopardi e questo fu soprattutto per Ungaretti suo lettore in chiave “modernista”: è questa una poesia che crede per innocenza alla rivoluzione metrica e sociale, per poi ricadere in una “maniera”; in una serie ininterrotta di “retoriche dominanti” che suppliscono la retorica classica nella sua funzione: la techné classica si coniuga alla dianoia moderna. Dimenticare la funzione tecnica della retorica a favore della poetica che è riflessione e pensiero, ha portato all’equivoco rivoluzionario della poetic diction romantica. Questo, in sostanza ci dice Ungaretti (le cui pagine critiche sono funzionali alla comprensione della sua opera quanto quelle di Eliot e Pound) è il limite dei romantici, dei poco amati Manzoni, Whitman e Hugo, in primis. Eppure come negare la buona fede di Giusti? Come negare che il suo lamento contro i “chiarissimi ciuchi” fosse legittimo, vero, attivo, ancora agente? Non ha forse Giusti la qualità della grande poesia, ovvero la memorabilità, ma bisogna per questo continuare a sfottere lui come antiquato ed usare “a bella posta” quello stesso desueto epiteto che, per ragioni presumo nobilissime, il caro Giusti voleva veder scomparire dalla sua vista? Quando una parola cade in disuso e muore, muore con lei parte del simbolico che ha caratterizzato… probabilmente Giusti voleva sbarazzarsi della retriva pompa della vanagloria, o di quella postura tipica degli accademici suoi professori, amici o colleghi; in ogni caso, chissà che non si possa approfittare ancora della stoccata del sileno?

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